
In questo malessere c’è una responsabilità di tutti per aver pensato di privatizzare la fede, per esserci cullati della sicurezza del piccolo gruppo, chiudendo le porte e le finestre all’accoglienza di altri e dicendo:“ Tanto, stiamo bene tra di noi”. Alla radice del male c’è l’aver messo la luce sotto il tavolo più che sul candelabro. La nostra fedeltà al Signore non si misura solo sulla quantità ( “ Non perdo nessuna messa domenicale”) ma anche sulla qualità (“ Gesù è il Signore della mia vita”).
La terapia al malessere è riscoprire di essere missionari. Gesù conta su di noi che siamo stati afferrati dal suo amore e trasformati dalla sua grazia perché possiamo annunciarlo e testimoniarlo alle 99 pecorelle che, pur non essendo tutte smarrite, sono comunque alla ricerca di Lui o si aspettano che Lui si faccia vivo.
Scrivono i vescovi italiani “ nella vita delle nostre comunità ci deve essere un solo desiderio: che tutti conoscano Cristo, che lo scoprano per la prima volta o lo riscoprano se ne hanno perduto memoria, per fare esperienza del suo amore nella fraternità dei suoi discepoli”
La nostra testimonianza si concretizza nel rendere visibile Cristo nella nostra vita. Quando la sua parola è entrata nel profondo di noi siamo trasformati, convertiti dallo Spirito. Allora la nostra proposta si fa accoglienza e integrazione, mentre chi è nelle tenebre preferisce respingimenti e discriminazione. La fede in Cristo morto e risorto ci fa seminare, in ogni situazione di disagio, di prova, di malessere, la speranza che Gesù risorto è con noi e vuole liberarci da ogni energia di morte, di peccato che s’accumula in noi. Non possiamo trattenere solo per noi la gioia di essere perdonati; dobbiamo infatti diffondere la letizia del cuore quando scopriamo la provvidenza di Dio e allora la forza di amare ci spingerà a dare tutto al Signore e ai fratelli.
L’avvicinarsi della quaresima ci faccia prendere maggior consapevolezza della necessità della conversione personale e comunitaria.
EDITORIALE di don Vito Palmisano
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