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  1. NON SPEGNIAMO LA SPERANZA












    Il messaggio che la quaresima ci ha consegnato e che come comunità stiamo cercando di realizzare è il combattimento spirituale. Ce lo ha indicato la Parola di Dio della prima domenica e le pratiche di pietà del digiuno, dell’elemosina e della preghiera sono la strada che percorriamo per la nostra conversione. Come discepoli seguiamo il Maestro sulla via della croce, sapendo che camminiamo contro corrente rispetto alla logica del mondo.
    C’è un progetto che Gesù ha consegnato: è il suo Regno, la cui costruzione è affidata anche alla Chiesa e noi ci sentiamo depositari di una Parola, siamo investiti di una Forza che viene dall'Alto. Oggi questo Regno che avanza nella storia ci chiede di essere missionari, cioè annunciatori dell'opera che Dio fa in noi. Non annunciamo narcisisticamente noi stessi, anche se consumiamo molte nostre forze nella Vigna del Signore, ma quello che il Signore ha fatto e sta facendo in noi. Gesù, quando ci affidiamo a Lui, è la verità che come i raggi X ci fa prendere coscienza del peccato. Lo ha fatto con una donna di Samaria, assetata come Lui non solo di acqua materiale ma dell’acqua viva dell’amore di Dio, che lo Spirito santo effonde su di noi. Dall’incontro con Gesù questa donna, che aveva una vita affettiva disordinata, viene guarita, lascia la sua anfora al pozzo e corre ad annunciare ai samaritani di aver incontrato il Messia. L'incontro con un giudeo sconosciuto e nemico è stato un evento rivelativo e trasformante. La donna si è sentita amata dal Signore e con la gioia nel cuore si è sentita trasformata a tal punto da abbattere tutti i muri che la tenevano prigioniera soprattutto del pregiudizio. Gesù è venuto a manifestare l’opera di Dio e attraverso la guarigione del cieco nato ha infranto l’opinione che vedeva nella disabilità il castigo di Dio per i peccati dei genitori o dello stesso cieco. Quest’uomo guarito nel corpo, di fronte all’indifferenza dei passanti, alla ottusità della mente e del cuore dei farisei e alla pusillanimità dei suoi genitori, ha reagito con una fede coraggiosa difendendo Gesù come profeta e inviato di Dio, col rischio di essere estromesso dalla sinagoga.
    La fede in Dio, che non solo risana le ferite del cuore e del corpo ma è disposto a ridarci la vita dopo la morte, è espressa nel vangelo della risurrezione di Lazzaro. E’ un miracolo emotivamente sconvolgente che rivela come l’opera di Gesù non può essere fermata dalla incredulità dei giudei che lo condanneranno a morte, pensando di essersi tolto dai piedi un rabbi scomodo.
    La nostra fede in Gesù si è nutrita in questa quaresima della testimonianza di questi personaggi evangelici. Sono per noi un modello per vivere bene il battesimo e perciò vivere da amati, da illuminati, da risorti. Questa è la nostra speranza: il credere che è possibile il cambiamento del cuore; è possibile, pur nella nostra fragilità, lasciarci sedurre dalla forza della Parola e della testimonianza del Signore. Vigilando sulle nostre parole e sulle nostre opere lasceremo lavorare più facilmente la grazia del Signore che desidera la nostra santificazione.
    La Pasqua che stiamo per vivere ci rafforzi nella speranza che Dio è più forte di tutte le pietre dei nostri peccati che mettiamo sulla tomba di Cristo, pensando di relegarlo ai margini della nostra vita.
    Il Risorto, il Vivente ci rincorrerà sulle strade del mondo e non ci darà tregua per tirarci su dalla tristezza, dallo scoraggiamento per dirci che è Lui il Salvatore del mondo.

    di don Vito Palmisano
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  2. LA QUARESIMA NEL TEMPO DELL'ASSENZA DI DIO












    In questo nostro tempo in cui Dio è lontano dalla mente e dal cuore di tanti, cosa può significare la quaresima? Nel passato le pratiche penitenziali del digiuno e le manifestazioni della religiosità popolare hanno lasciato una traccia anche nella cultura della nostra città; basta ricordare le focacce ripiene e le processioni del venerdì santo. In tempo di cristianità il popolo dei battezzati veniva nutrito dai quaresimali dei predicatori che, con buona arte oratoria, dai pulpiti tenevano desta la coscienza dei fedeli. In tante famiglie la fede era nutrita con la frequenza alla messa domenicale e con le devozioni personali del rosario e della via crucis. In tutti era chiaro il precetto di confessarsi e comunicarsi almeno una volta all'anno, soprattutto a Pasqua.
    Nel tempo dell'eclissi del sacro, la chiesa ritorna ai primi passi compiuti nella storia e risemina il vangelo col primo annuncio; sa che chi è lontano può avvicinarsi a Dio, perché l'uomo è capace di Dio, spesso ha nostalgia di Lui. La testimonianza del credente mira a rendere la fede, oltre che possibile, anche desiderabile, attraente e perché ciò avvenga è necessario che sia coerente e appassionata. In fondo viviamo oggi la pagina biblica di Osea quando Dio per convertire il suo popolo “lo condusse nel deserto per parlare al suo cuore”.
    Il deserto oggi si evidenzia nell’individualismo narcisistico e si esprime in forme di competizione dove l'altro viene percepito come ostacolo da vincere, da eliminare. La fatica a vivere la comunione e ad armonizzare le differenze è il terreno arido che invoca l'acqua dell'amore di Dio. Per questo la comunità ecclesiale si esercita nella palestra della casa di Dio a vivere la fede con la consapevolezza di essere famiglia di Dio, per combattere nel campo del mondo la sfida della convivialità delle differenze e dello sperimentare l'esclamazione del salmo “com’è bello come dà gioia che i fratelli vivono insieme”.
    Nel cuore dell'uomo che brancola nel buio, Dio da risuonare, tra le tante voci spesso assordanti di oggi, la voce della sua Parola come una luce che rischiara il cammino. Tra le tante richieste che nella preghiera si indirizzano a Dio c'è di tutto. In questa crisi economica s'invoca il cibo, il lavoro, una casa dignitosa. La coppia affannata nel lavoro quotidiano aspetta il fine settimana per ritemprarsi e liberarsi dallo stress. I figli, sempre più orfani di educatori autentici, manifestano il loro disagio nell' irrequietezza e scaricano il loro disagio in forme di violenza sempre più brutali.
    Dio che è amore parla al cuore di ogni suo figlio per dirgli e mostrargli il suo amore misericordioso, fedele, gratuito. Il suo apparente silenzio, di fronte a questo allontanamento della maggior parte dei suoi figli, ha come finalità il far sorgere fame e sete di Lui. Nel deserto del mondo, dopo aver preso coscienza che l'esaudimento dei bisogni primari non porta alla felicità piena e profonda,
    l'uomo può intraprendere una pista che porta a una sorgente zampillante che non si esaurisce mai, in cui sperimenta l'essere amato da uno che lo comprende nella sua fragilità, che lo perdona e gli fa tirar fuori il bene nascosto. Nel buio del mondo può verificarsi di essere folgorato da una luce che abbatte tutti i falsi idoli, tutte le menzogne costruite ad arte per tenerlo schiavo delle sue passioni. Scopre allora il Cristo come via, verità e vita: un maestro esigente ma che insegna ad essere liberi.
    In questa nuova semina del Vangelo come comunità par rocchiale ci sentiamo coinvolti, nel vivere questo tempo forte, nel dare il primato a Dio, nel dedicargli un po' di tempo in più per sostare davanti al tabernacolo e contemplarlo. Vogliamo lasciarci convincere da un ascolto meditato e orante della sua Parola, perché essa guidi i nostri passi a concretizzare in gesti di condivisione la forza d'amore che Dio semina in noi. Vogliamo riscoprire la forza terapeutica del perdono per camminare con celerità verso il traguardo della santità.

    di don Vito Palmisano
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  3. LIBERTA' RELIGIOSA, VIA PER LA PACE












    Quando l'8 dicembre scorso il papa ha pubblicato il mes-saggio per la giornata mondia-le della Pace per il 1 gennaio 2011, aveva nel suo cuore il dolore per l'uccisione di una cinquantina di cattolici, av-venuta la vigilia di tutti i Santi nella cattedrale di Bagdad. Il tema scelto rispondeva alla esigenza di dar voce a una minoranza, quella dei cristiani, in medio-oriente, i quali da diverso tempo erano perse-guitati e ostacolati nei loro diritti fondamentali. L'attenta-to dell'autobomba alla cat-tedrale dei Copti ortodossi di Alessandria d'Egitto, avvenu-to la vigilia di capodanno, ha ulteriormente infuocato gli animi, tanto che lo stesso pontefice ne ha parlato al-l'Angelus e il ministro degli esteri italiano ha fatto la pro-posta a livello europeo di intervenire per il rispetto della libertà religiosa dei cristiani. Al di là della cronaca, il mes-saggio del papa, che è molto articolato, vuole rivendicare il diritto della libertà religiosa di potersi esprimere, perché è un diritto fondamentale “radicato nella stessa dignità della persona umana, la cui natura trascendente non deve essere ignorata o trascurata”. Come è rispettata la libertà di pensiero e di coscienza, anche quella di religione ha diritto di cittadinanza nella pluralità dei diritti, anzi “essa è la cartina di tornasole per verificare il rispetto di tutti i diritti umani”. Infatti una reli-giosità autentica è una ric-chezza per i popoli e i loro ethos, perché parla diretta-mente alla coscienza e alla ragione degli uomini, ram-menta l'imperativo della conversione morale, motiva a coltivare la pratica delle virtù e ad avvicinarsi l'un l'altro con amore, nel segno della fra-ternità, come membri della grande famiglia umana. Per- ché allora la libertà religiosa è ostacolata, è impedita fino a creare un clima di persecu-zione? Il papa individua due forze nemiche che tentano di bloccare la forza di bene che è insita nella professione autentica della fede. La prima è il fanatismo del fondamen-talismo che strumentalizza la libertà religiosa per maschera-re interessi occulti, come il sovvertimento dell'ordine costituito, l'accaparramento di risorse. Come combattere tale strumentalizzazione? “la libertà religiosa è condizio-ne per la ricerca della verità e la verità non si impone con la violenza ma con “la forza della verità stessa” In questo senso, la religione è una forza positiva e propulsiva per la costruzione della società civile e politica. Il laicismo, poi, tende ad escludere la religione dalla vita pubblica, ostacolandola col rinnegare l'apporto positivo dato da essa nella storia e cercando di eliminare i simboli religiosi in cui si rispecchiano l'identità e la cultura della maggioranza dei cittadini. Entrambe as-solutizzano una visione ridut-tiva e parziale della persona umana, favorendo, nel primo caso, forme di integralismo religioso e, nel secondo, di razionalismo. Come si pone la fede cristiana di fronte alle altre religioni? Il papa parla di dialogo in vista del bene co-mune: la chiesa nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle varie religioni e citando S. Tommaso d'Aquino dice “ogni verità, da chiunque sia detta, proviene dallo Spirito Santo”. Nel concludere il papa dice che “La pace è un dono di Dio e al tempo stesso un progetto da realizzare, mai totalmente compiuto. Una società riconciliata con Dio è più vicina alla pace, che non è semplice assenza di guerra, non è mero frutto del predo-minio militare o economico, né tantomeno di astuzie ingannatrici o di abili manipo-lazioni. La pace invece è risultato di un processo di purificazione ed elevazione culturale, morale e spirituale di ogni persona e popolo, nel quale la dignità umana è pienamente rispettata.”

    di don Vito Palmisano
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  4. “DIEDE ALLA LUCE”












    “Diede alla luce”
    è il verbo utilizzato dall'evangelista Luca quando racconta la nascita di Gesù a Betlemme. L'immagine della luce che indica calore, conoscenza, verità non esaurisce tutti i significati che la vita ha per una persona, sottolinea però un aspetto importante che si collega con l'educazione; questa infatti è il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza, dal disordine morale alla virtù e comporta un cammino di conversione che ci fa uscire dal peccato per entrare nella “luce” della fede e della piena conoscenza del Signore. La scelta di questo titolo che riguarda la maternità di Maria, Madre del Signore, vuole essere, in questo tempo di avvento, un invito per la nostra comunità parrocchiale a scoprire la sua vocazione a essere madre nella fede per tutti i cercatori di Dio. Un documento dei vescovi italiani dice: “L'iniziazione cristiana non è una delle tante attività della comunità cristiana, ma l'attività che qualifica l'esprimersi proprio della chiesa nel suo essere inviata a generare alla fede e realizzare se stessa come madre” (La formazione dei catechisti; 2006). Molti genitori oggi ci testimoniano la fatica non solo del partorire i figli ma anche della loro educazione. Generare ed educare sono le due facce della stessa medaglia che caratterizza la nostra vita qui su questa terra. Mettere al mondo un figlio e abbandonarlo a sé o in balìa degli altri non è un'azione degna di un genitore. La gioia che si prova dopo le doglie del parto rimanda alla soddisfazione che un padre e una madre provano quando il loro figlio ha fatto un percorso di realizzazione di sé. L'ultimo documento dei vescovi italiani: Educare alla vita buona del Vangelo così si esprime: “Educare comporta la preoccupazione che siano formate in ciascuno l'intelligenza, la volontà e la capacità di amare, perché ogni individuo abbia il coraggio di decisioni definitive. Chi educa è sollecito verso una persona concreta, se ne fa carico con amore e premura costante, perché sboccino, nella libertà, tutte le sue potenzialità.” (n.5)
    Il sogno di Dio Padre è di vederci tutti santi; per questo ha inventato la storia della salvezza. Gesù suo figlio ha, nel significato del suo stesso nome, la potenza di Dio che salva. Avvicinarsi alla sua luce, se può suscitare meraviglia e stupore come ai pastori di Betlemme, comporta il lasciarsi ammaestrare dall'esempio di uno che si fa piccolo e servo per farci grandi e santi. Si cammina verso la pienezza della fede, quando ci si lascia guarire dalle ferite del peccato da Colui che conosce bene ciò che sta nel cuore dell'uomo ed è medico delle anime e dei corpi. La chiesa accoglie questa missione cercando di attualizzare il messaggio di Gesù. La catechesi non ha come compito la semplice trasmissione della fede ma deve aiutare le persone a leggere la storia come storia di salvezza dove Dio opera oggi e dove l'uomo è chiamato a collaborare da protagonista. In altri termini non basta saper rispondere alla domanda “chi è Dio”, occorre renderlo visibile a chi lo cerca con una testimonianza credibile di amore. Perciò la comunità cristiana deve imparare a leggere i segni dei tempi in modo da portare la Parola di Dio tra gli avvenimenti del nostro tempo. Ci attende una grande responsabilità che vogliamo mettere nelle mani di Maria, Madre di Gesù. L'avvento, che sta iniziando, rafforzi la speranza di formare con l'Emanuele una comunità gioiosa ed entusiasta di lasciarsi amare ed educare da un Bambino che, venendo alla luce, fu avvolto in fasce ed adagiato in una mangiatoia.
    di don Vito Palmisano
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  5. EDUCARE ALLA VITA BUONA DEL VANGELO












    Giovedì 28 ottobre è uscito il documento dei vescovi italiani sull'emergenza educativa che illuminerà la prassi delle nostre chiese in questo nuovo decennio. Questa luce era attesa da tempo perché non si poteva più brancolare
    nel buio dei disvalori, della mancanza di senso, del pensare che il bene è impossibile, quando per noi cristiani Cristo è la luce del mondo e la chiesa è chiamata a diffonderla. Se la parola educazione viene dal latino e significa “portare fuori, far venire alla luce le potenzialità nascoste della persona” la chiesa non poteva non tirar fuori dal suo deposito di fede questa buona notizia che “Gesù è per noi non un maestro ma il maestro. La sua autorità, grazie alla presenza dinamica dello Spirito, raggiunge il cuore e ci forma interiormente, aiutandoci a gestire, nei modi e nelle forme più idonee, anche i problemi educativi.” (16)
    Il card. Bagnasco nel presentare il documento diceva: “Si nasce liberi, è vero, ma bisogna imparare a essere liberi, altrimenti si pensa che la libertà sia fare tutto ciò che si vuole.” A questa libertà bisogna saper dare una direzione che è il raggiungimento della pienezza dell'amore come verità dell'uomo. Gesù stesso ha educato amando e facendocelo vedere con la sua stessa vita.
    Nel documento è stata citata una frase attribuita a S. Giovanni Bosco: “L'educazione è cosa del cuore e Dio solo ne è il padrone e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte e non ce ne mette in mano la chiave.” E' fondamentale nell'azione educativa che educatore ed educando si mettano in gioco, che entrambi si correggano e si lascino correggere, mantenendo il loro rapporto in un clima di gratuità e rifuggendo dall'autoritarismo e dal per-missivismo.
    L'educatore è un testimone della verità, della bellezza e del bene e la sua autorevolezza si gioca sul campo della coerenza della vita e con il coinvolgimento personale. Per questo “la passione educativa è una vocazione, che si manifesta come arte sapienziale acquisita nel tempo attraverso un'esperienza maturata alla scuola di altri maestri (29).
    La chiesa facendosi discepola del divin Maestro, con l'aiuto dello Spirito, dalla Pentecoste è diventata una madre che educa. Nel documento è citata questa frase di S. Agostino: “Oh Chiesa cattolica, oh madre dei cristiani nel senso più vero… tu educhi e ammaestri tutti. I fanciulli con tenerezza infantile, i giovani con forza, i vecchi con serenità, ciascuno secondo l'età, secondo le sue capacità..”
    Educando alla vita buona del Vangelo la chiesa lancia un'alleanza educativa tra le istituzioni. Nel 4 capitolo ci si sofferma a dire che il primato educativo spetta alla famiglia e nel cantiere della chiesa, la parrocchia è crocevia delle istanze educative. Anche la scuola e l'università giocano un ruolo importante. La chiesa offre il suo contributo sollecitando tutti affinché la società diventi sempre più terreno favorevole all'educazione. Si chiede alla società di favorire condizioni e stili di vita sani e rispettosi dei valori in modo da promuovere lo sviluppo integrale della persona. Non si trascura l'apporto della tecnologia digitale a livello educativo. Occorre educare alla conoscenza
    di questi mezzi e dei loro linguaggi e imparare a saperli usare valutando i messaggi e gli influssi sulla persona, sapendo che sono mezzi che hanno una considerevole forza di attrazione e di coinvolgimento.
    Per concludere al 5 capitolo i vescovi danno delle indicazioni per la progettazione pastorale. La novità di oggi nel processo educativo è di “curare relazioni aperte all'ascolto, al riconoscimento, alla stabilità dei legami e alla gratuità”(53). Occorre stare accanto ai genitori per offrire loro con disponibilità e competenza proposte educative valide. C'è tanto da fare ma abbiamo davanti un tempo favorevole all'azione dello Spirito, perché la chiesa continui ad indicare la strada della salvezza integrale dell'uomo così come Cristo, nostro pedagogo, ci ha testimoniato e realizzato.

    Don Vito Palmisano
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  6. GUSTATE E VEDETE COME E' BUONO IL SIGNORE












    Nei quaranta giorni che vanno dalla Pasqua all'Ascensione Gesù risorto è all'opera per radunare il gregge degli aposto-li, dispersi dallo scandalo della croce. E' un Gesù che irrompe all'improvviso, si nasconde nei panni di un pellegrino o di un giardiniere e la sua presenza, con parole illuminanti e gesti rassicuranti, rianima il cuore e coagula la comunione tra i suoi. La paura, che aveva paralizzato il cuore spingendoli a salvare la pelle, cede il posto al corag-gio. Gli apostoli scoprono di aver ricevuto un altro avvocato e consolatore: lo Spirito di verità. Non vedono più il Maestro come prima della sua morte, ma tirano fuori dalla loro memoria, come un rallentatore, parole e gesti del passato che ora assumono un nuovo significato e danno slancio alla loro azione di testimoni della lieta notizia. La tristezza cede il posto alla gioia, la paura viene sconfitta dal coraggio. Gesù risorto diventa la garanzia che l'uomo è risanato, redento riconciliato: è una nuova creatura.
    La lotta tra il bene e il male, tra la morte e la vita, tra il peccato e la grazia continua ma all'orizzonte c'è una speranza: Gesù è il vincitore. Il suo amore misericordioso ci libera dal peccato, la sua provvidenza ci sostiene nella beatitudine della povertà, la sua fedeltà ci rialza da ogni errore.
    La chiesa oggi, erede di quella lieta notizia, continua i suoi passi nella storia sempre sorretta dall'aiuto dello Spirito. E' una chiesa ferita da attacchi nemici, ma capace di fare pulizia con umiltà dalla sporcizia di alcuni suoi membri. E' una chiesa minoritaria ma non depressa, con una fede meno standardizzata e più oggetto di scelta personale. E' una chiesa chiamata a fare compagnia ai cercatori di Dio. Pur essendo stata pensata, creata, e amata da Dio la chiesa è sempre alla ricerca del suo Signore. Il Dio che ha fatto irruzione nella storia con l'incarnazione del Verbo è anche un Dio che si nasconde e chiede alla sua diletta sposa (la Chiesa) di non smettere di cercarlo. Sant'Agostino dice “Signore, non ti cercherei se non t'avessi già trovato”. La nostra conoscenza di Dio è graduale e solo dopo la morte arriveremo alla sua pienezza. Nel nostro camminare con chi è lontano dalla fede, ma si pone in una sincera ricerca, possiamo condividere quello che abbiamo già trovato.
    Il salmo 33 ci fa pregare con queste parole “Gustate e vedete come è buono il Signore”. La strada da percorrere e i sensi da attivare sono collegati con l'esperienza dello stare a tavola. I vangeli ci rac-contano che spesso Gesù, invitato a tavola da diverse persone, ci ha trasmesso gesti e insegnamenti che sono rimasti impressi nella memoria. I farisei, a lui ostili, lo descrivono come un mangione e un beone. Per ricordarlo, Gesù ci ha lasciato l'Eucaristia: il sedersi attorno a un tavolo per condividere il pane spezzato, segno di amore. Nella preparazione alla prima comunione abbiamo organizzato per il 18 aprile scorso una domenica di convivialità. Dopo la messa alcune catechiste, con una trentina di ragazzi, si sono messe a fare il pane. I loro genitori hanno cucinato lasagne e cotolette e alle tredici eravamo in centoventi, seduti a tavola a gustare un cibo condiviso.
    Di proposito i fanciulli di prima comunione hanno fatto i servi, portando ai tavoli i vari piatti e rimettendoli vuoti nella pattumiera. Non è mancata l'allegria, con i complimenti ai cuochi e alle cuoche e poi tanta frenesia e voglia dei ragazzi di giocare, di divertirsi sotto l'occhio vigile di qualche genitore. Eravamo come una grande famiglia. Alla fine i nostri occhi vedevano volti più sereni e cuori più sollevati, purificati dalle tossine dell'ansia, della solitudine che caratterizzano le nostre ferialità. Pur non avendolo visto, abbiamo comunque fatto esperienza di Dio.
    In questo mese di maggio vivremo intensamente le prime comunioni dei nostri fanciulli e la cresima dei nostri ragazzi. Nello stare attorno alla mensa eucaristica vorremmo gustare un po' di più il Signore per lasciarci amare e incamerare una forza nuova che ci proietti fuori dal tempio. Continueremo a fare esperienza di Lui per le strade sempre accidentate della nostra storia, ma non da soli ma con quell'Amico in più, a noi fedelissimo e con tanti amici a cui raccontare riflessioni e sensazioni dell'esperien-za fatta con Il Crocifisso risorto.

    Don Vito Palmisano
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  7. I COLORI DELLA QUARESIMA












    Tolta la carne al carnevale siamo entrati nel tempo austero della quaresima, i cui colori appaiono tetri al nostro animo. Abbiamo accolto il grigio della tristezza,nel pensare alla nostra morte, con il rito dell'imposizione delle ceneri. Anche se di moda, il viola s'intona bene con la crisi economica che ci esorta alla sobrietà e il biancore di un viso macerato dal digiuno ci richiama il lavoro interiore del dominio degli istinti. Questo stato d'animo non differenzia noi credenti dalla schiera degli indifferenti a Dio, così numerosa oggi, perchè il mondo che va a rotoli non ispira per nulla ottimismo. Questi colori quaresimali sono solo la scorza di un tempo che, agli occhi di Dio, è molto più luminoso. I quaranta giorni di preparazio-ne alla Pasqua vengono scanditi dalle opere peni-tenziali del digiuno, della preghiera e della carità, che vogliono concretizzare il nostro ritorno a Dio, la nostra conversione dal peccato. Il mea culpa s'incrocia con l'abbraccio misericordioso del Padre, che mai smette di sperare in un nostro ritorno dal buio del peccato. Col nero-blu della notte coloriamo l'esperienza di vivere senza Dio, senza riferimenti alla sapienza della sua parola, concentrati nel gustare l'eufo-ria di una libertà, sganciata da condizionamenti esterni ma in preda poi a speranze spesso illusorie. Il vangelo delle domeniche di quaresima di quest'anno ci presenta un Gesù che ci mostra il volto del Padre, ricco di misericordia. L'evangelista Luca nella 3 domenica ci mette in guardia dalle resistenze che mettiamo in atto per non convertirci. La riflessione sui fatti di cronaca del tempo, che narravano disgrazie dovute a crolli improvvisi di torri o vendette di Erode sui suoi nemici, portava alcuni a considerare quegli sventurati più peccatori di altri. Gesù slega l'effetto (la loro morte) dalla causa (l'essere peccatori), ma ci ammonisce esortandoci alla conversione, per non morire allo stesso modo. Il rimanere nel peccato ci danneggia in tutti i sensi, soprattutto per il nostro destino eterno, che Dio prepara per noi, come comunione piena con Lui.
    La parabola del Padre misericordioso ci fa vedere i chiarioscuri del peccato, del pentimento, della confessione e della festa del perdono. Il blu oscuro del burrone, in cui era caduto il figlio più giovane, si mescola col giallo luminoso dell'abbraccio del Padre e nasce il verde di una vita nuova piena di speranza. “Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”, con queste parole comprendiamo come il nostro Dio ci ama, sa attendere ma anche ci cerca per portarci sulle sue spalle nel suo ovile, come il pastore con la pecora smarrita. Se il nostro orgoglio ci pone, a volte, al di sopra degli altri come giudici, la parola di Gesù “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra” ci costringe a guardarci dentro e a correre a lavarci nell'azzurro dell'acqua di fonte per rinascere alla Grazia e mettere gli anticorpi per non peccare più.
    Il racconto della passione di Cristo secondo Luca ci lascia alcune pennellate del colore caldo della misericordia. Innanzitutto lo sguardo limpi-do di Gesù nel cortile del sinedrio s'incrocia col volto oscuro di Pietro, che poco prima lo aveva rinnegato e il suo pianto di pentimento rafforza la sua fede per confermare i fratelli, che come lui sono caduti nel peccato. Prima di morire Gesù perdona i suoi crocifissori, scusandoli e al ladrone convertito assicura il Paradiso. Già s'intravedono, nel tramonto del venerdì santo,i colori della Pasqua di risurrezione. L'avvicinarsi al Signore nel deserto quaresimale, per accogliere il suo perdono, ci metterà in forma a livello spirituale; canteremo allora con gioia l'alleluia la notte di Pasqua, perché la luce di Cristo risorto ha vinto le tenebre della morte e del peccato.
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  8. LA CONVERSIONE MISSIONARIA





    Quando i vescovi italiani parlano di conversione missionaria delle parrocchie intendono certamente un cambiamento provocato dalle trasformazioni del mondo di oggi ma anche vogliono invitarci ad uscire da una situazione di malessere in cui può cadere la comunità parrocchiale. Tutti sono coscienti dei sintomi d’invecchiamento del Popolo di Dio. C’è un vuoto: mancano gli adolescenti, i giovani e i giovani adulti soprattutto all’assemblea domenicale. La mancanza di valori nelle nuove generazioni allertano le agenzie educative. Si abbassano nel tempo le esperienze di trasgressione dei ragazzi. C’è anche chi dice , capovolgendo la parabola della pecorella smarrita, che Cristo oggi lascerebbe al sicuro l’unica pecorella nell’ovile per andare a cercare le 99 smarrite.

    In questo malessere c’è una responsabilità di tutti per aver pensato di privatizzare la fede, per esserci cullati della sicurezza del piccolo gruppo, chiudendo le porte e le finestre all’accoglienza di altri e dicendo:“ Tanto, stiamo bene tra di noi”. Alla radice del male c’è l’aver messo la luce sotto il tavolo più che sul candelabro. La nostra fedeltà al Signore non si misura solo sulla quantità ( “ Non perdo nessuna messa domenicale”) ma anche sulla qualità (“ Gesù è il Signore della mia vita”).

    La terapia al malessere è riscoprire di essere missionari. Gesù conta su di noi che siamo stati afferrati dal suo amore e trasformati dalla sua grazia perché possiamo annunciarlo e testimoniarlo alle 99 pecorelle che, pur non essendo tutte smarrite, sono comunque alla ricerca di Lui o si aspettano che Lui si faccia vivo.

    Scrivono i vescovi italiani “ nella vita delle nostre comunità ci deve essere un solo desiderio: che tutti conoscano Cristo, che lo scoprano per la prima volta o lo riscoprano se ne hanno perduto memoria, per fare esperienza del suo amore nella fraternità dei suoi discepoli”

    La nostra testimonianza si concretizza nel rendere visibile Cristo nella nostra vita. Quando la sua parola è entrata nel profondo di noi siamo trasformati, convertiti dallo Spirito. Allora la nostra proposta si fa accoglienza e integrazione, mentre chi è nelle tenebre preferisce respingimenti e discriminazione. La fede in Cristo morto e risorto ci fa seminare, in ogni situazione di disagio, di prova, di malessere, la speranza che Gesù risorto è con noi e vuole liberarci da ogni energia di morte, di peccato che s’accumula in noi. Non possiamo trattenere solo per noi la gioia di essere perdonati; dobbiamo infatti diffondere la letizia del cuore quando scopriamo la provvidenza di Dio e allora la forza di amare ci spingerà a dare tutto al Signore e ai fratelli.

    L’avvicinarsi della quaresima ci faccia prendere maggior consapevolezza della necessità della conversione personale e comunitaria.

    EDITORIALE di don Vito Palmisano


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